Scalatori e Uomini, di Guido Machetto

Guido Machetto è tornato in montagna...

Guido è tornato in montagna, le sue ceneri volano libere sul versante del Mucrone che si affaccia alla Valle Elvo. Un uomo avanti nei tempi, da vivo, alla sua epoca non è stato capito, anche poco amato; come viveva la montagna lui piaceva a pochi. Adesso è tutto diverso, in fondo sembra che la morte gli abbia portato popolarità. Guido è stato un grande uomo, con lui la poesia e la spada hanno camminato insieme. Animo dolce e sensibile, carattere pulito, troppi pochi filtri per piacere a tutti, di seguito un racconto inedito, scritto di suo pugno.

Guida Alpina Gianni Lanza

Scalatori e uomini

Se dovessi fare un terzo libro lo chiamerei “scalatori e uomini”. Il primo si intitolava “Tike Saab” che vuol dire in lingua urdu, l’idioma ufficiale parlato in Pakistan “Va tutto bene (Tike) signore (Saab)”.

A quel tempo facevo il maestro di sci al Col di Tenda e alla sera mentre quasi tutti quelli che conoscevo mi pensavano nelle taverne o al night, io invece ero in camera mia a scervellarmi per mettere insieme fotografie significative e per correggere un testo. C’erano alcune belle scalate fatte sulle Alpi, e per quelle l’avevo risolta facendole raccontare dai compagni di cordata, e poi cinque spedizioni, tre in Himalaia e due in Sud America. Ridussi a essenza ciò che avevo scritto, non vi misi cenni storici né aneddoti, niente praticamente di ciò che serviva a comporre il libro che la gente si aspetta da uno che scala. E il libro mediamente non fu capito. La sintesi la si può riassumere nella frase di una signora “Machetto, io la conoscevo per un forte scalatore ma ho avuto una delusione grande dal suo libro, non si offenda ma…eccetera eccetera”.

Non mi hanno mai turbato i discorsi scaturiti dal cervello di gallina di qualche signora o signore, ma certo la frase conteneva una verità che ancor più doveva essere sottolineata nel libro che venne dopo. E cioè: il “Tike Saab” e “Annapurna” poi, rappresentavano il prodotto unicamente della mia cultura; penso che sarei stato capace di mettere insieme 300 pagine adoperando gli ingredienti classici per menti disposte ad accettare un prodotto di consumo qualsiasi. Scopiazzando passati libri di successo, traducendo dall’inglese la storia delle conquiste Himalaiane, raccontando di mani spellate, di 30 sottozero, di notti terribili all’addiaccio avrei fatto felice un certo pubblico ed ancor più la mia saccoccia.

Il secondo libro si intitolava “Annapurna” ed era la storia fotografica di una spedizione che non aveva avuto successo, ad un monte di ottomila metri. Le fotografie erano di tutti i componenti la spedizione. (Così si dice ma in effetti erano soprattutto mie e di Rino Prina), mio era il testo, mentre la cura tecnica, l’impostazione grafica e l’editoria erano di Gianfranco Bini. Un libro coraggioso e nell’insieme un atto d’amore verso la montagna e coloro che erano morti tentando di scalarla. Il libro fu molto apprezzato dappertutto; nella città in cui vivo meno, perché fu criticato da un giornalista che con il suo articolo e il conseguente atteggiamento dei conoscenti e delle librerie, mi procurò il dolore più profondo che mai ho sopportato nella mia vita di alpinista.

A una persona normale, come si può ben capire, non verrebbe neanche in mente di fare un terzo libro ma, al momento in cui scrivo, sono appena rientrato da quell’eccezionale scalata al Tirich-Mir (m 7480) condotta da me e Re in Karakorum. Questa spedizione, come l’altra dell’Annapurna, avevano una caratteristica: le avevo ideate io, e questo fatto, di creare cioè il mio alpinismo invece di partecipare più facilmente alle proposte altrui (e ne ho avute e ancora ne ho parecchie) se prolungato nel tempo può provocare l’uscita del terzo libro, che penserei appunto di intitolare “Scalatori e uomini”.

La cosa vuole dire che a scalare le montagne ci sono scalatori e uomini, in classi ben distinte. Ho capito quella differenza durante i miei viaggi verso le montagne extraeuropee. Anche se a prima vista potrebbe sembrarlo, questo titolo non è polemico; la polemica oltre a non convenire mai, non serve e poi è un’arma che lascio agli scrittori che terrorizzano e criticano da seduti, io dalla mia ho i fatti, che prendono forma attraverso la mia verità, questo è vero, ma sono sempre fatti vissuti e pagati di persona. E parlerei di scalatori molto bravi che umanamente valgono zero e di uomini molto saggi che non sanno scalare, e ancora di uomini con l’animo colmo di invidia e grettezza che non sanno né scalare né essere uomini, e di tipi eccezionali che sono veri uomini e grandi scalatori.

Mi viene da sorridere al pensiero di quanta gente disturberei ma una cosa è certa: non scriverei più per dire qualcosa di nuovo e dirlo attraverso la sensibilità dei sentimenti, non scriverei più attingendo alla mia cultura, sintesi di emozioni fuori norma, in poche parole non scriverei più col cuore.

Guido Machetto

Guido sulla vetta delle Grandes Jorasses dopo aver salito in giornata la via Cassin alla parete nord, il celebre Sperone Walker. Foto di Giorgio Bertone.

LINK INTERNI

– Leggi il racconto di Gianni Lanza “Guido Machetto e il ladro di chiodi

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